Zaccanesca

Ai nostri giorni, il nucleo abitato di Zaccanesca si presenta di dimensioni contenute, come una delle tante frazioni minori del comune di San Benedetto Val di Sambro. Questa situazione può trarre in inganno chi transita da queste zone e può erroneamente indicare un impoverimento delle locali vicende storiche.

Questa attuale sensazione è del tutto infondata se si considera che alcune antiche carte del pieno medioevo menzionano questo luogo e precisamente con il toponimo di Caccianesca, Casavesca ed in alcuni casi anche curiosamente come Cacianca.

L’erudito Casini in un suo approfondito studio circa il contado bolognese durante il periodo così detto comunale menziona questo luogo con il toponimo di Cacanesca, ricordando che intorno alla metà dell’ottocento questo risultava essere frazione e parrocchia del comune di Pian del Voglio. Egli ribadisce inoltre che questa località è di scarse memorie, purtroppo per una mancanza di fonti documentarie.

L’abitato di Zaccanesca viene menzionato sui documenti più antichi, di natura notarile, a partire dall’anno 1223. Queste terre non risultano infeudate specificatamente ne ai conti di Panico, ai conti Alberti da Mangona e neppure ai signori di Monzuno. Tuttavia è quantomai verosimile credere che essi esercitarono un’influenza su questi territori servendosi eventualmente di loro castelli. Non si deve neppure escludere una qualche dipendenza feudale anche della nobile famiglia degli Ubaldini del Mugello che erano signori incontrastati sulle terre di Cravenno e di Pietramala.

Dagli estimi più antichi riguardanti questa terra e precisamente quelli del 1249, tra tante indicazioni circa la toponomastica e la viabilità locale, veniamo a conoscere che questo sperduto abitato poteva contare soltanto su nove fumanti. Carte successive ci indicano che nell’anno 1288 il Comune di Bologna decise di aggregare la terra di Zaccanesca alla vicina Podesteria di Scaricalasino. Soltanto mezzo secolo più tardi e precisamente nel 1352 troviamo la comunità di Zaccanesca assoggettata al Vicariato di Monzuno.

Nonostante la presenza di una modesta popolazione le terre di Zaccanesca non erano a quell’epoca particolarmente povere se si considera che nel campione d’estimo, redatto nell’anno 1293, questi possessi importavano 766 lire contro le 429 lire che si calcolavano, nel medesimo anno, per il vicino abitato di Cedrecchia. Questa discreta ricchezza si giustifica anche in rapporto al numero dei locali fumanti, infatti come accennavo pocanzi, Zaccanesca in quel periodo ne possedeva nove contro i trentatré di Cedrecchia. Non si deve neppure escludere a priori che la mancanza di una nutrita documentazione storica su questa amena località possa anche parzialmente giustificarsi proprio in questo aspetto demografico che vedeva una popolazione locale assai esigua e di conseguenza un’esigenza esigua di dover redigere numerosi atti.

La bassissima densità di popolazione giustifica anche un ulteriore importante fattore. La comunità di Zaccanesca, non potendo contare su molti abitanti, non risulta concorrere in alcun modo al fornire uomini alle fazioni militari del Comune di Bologna.

Per quanto concerne le successive fasi storiche, legate alle vicende della terra di Zaccanesca, possediamo tuttora una preziosa raccolta documentaria che si conserva presso l’Archivio di Stato di Bologna e consiste in alcuni estimi che oscillano dalla metà del secolo sino alla fine del secolo successivo.

Veniamo così a conoscenza dell’estimo redatto nell’anno 1673 che venne pubblicamente ufficializzato dal curato e rettore Don Michele Barbari, della chiesa di Santa Maria di Zaccanesca, nel contà di Bologna e precisamente in una giornata di festa richiamando l'intera popolazione al suono della campana.

Il Massaro Gio Ravaglia nel descrivere i differenti possessi locali ci tramanda curiose indicazioni circa la locale toponomastica. Un tale Andrea Cinarelli tra i beni dominicali in primo possiede una casa murata e coperta a lastre, sua corte, forno, orto ed una picciol capanna, corte, ara posta in loco detto Alle Case di Mezzo. Seguono altri interessanti microtoponimi legati ad appezzamenti di terreno di questa zona e rispettivamente, la Costa, Campo Ganelli, Fossa del Gallo, la Liana, il Serbadino, Al Sciolo, le Costarelle ed infine il Riolo. Tra i possessi di un certo Alessandro Francia, nel medesimo estimo, risulta che questi possedeva una casa di fabbrica vecchia murata, con sua stalla, corte et forno. Le pezze di terreno sono: Il Sasso Ortali, le Fontanelle, il Cero della Lama, il Pradicelli, la Piana della Chiesa, Al Trebbo, Porcia ed il Poggiolo.

Gli incendi in queste spartane abitazioni erano, con triste disappunto per gli abitanti, già allora all’ordine del giorno, come si può facilmente dedurre dall’estimo riguardante i possedimenti di Ser Giovanni Ravalli che vantava la proprietà sulle muraglie di una casa abbrugiata in loco detto Il Vignale. Figurano sempre tra le sue proprietà dominicali le pezze di terra di varia natura nei luoghi detti la Carpineda, Val Marciana, il Campo dell’Acque, i Poggiali ed ultimo la Costarina.

Dalla lettura di questo estimo tardo seicentesco veniamo anche a sapere che il mugnaio era un certo Michele Polazzi che possedeva il mulino cum capanna, forno, ara et piccolo orto ubicato in un loco detto il Molino della Valle. Tra le sue pezze di terreno troviamo: la Pascolina, Banzola, il Cigno, le Muraglie, la corte di Vergiano.

Un successivo estimo, redatto nell’anno 1700 dal massaro Alessandro Giorgi, tra i differenti possedimenti riporta anche le proprietà di Benedetto Barbari. Questi possedeva una casa vecchia et una nuova coperta alastris e propriamente in loco detto La Casa de Maiorelli che si trovava ubicata a ridosso della via pubblica. Anche in questo periodo troviamo a Zaccanesca edifici che versano in rovina, come sembra testimoniare l’estimo di Gio Paolo Polazzi, forse un parente del precedente mugnaro, che possedeva le sole muraglie di una casa abbruciata al Pogiolo et altre sempre ruinate.

Anche la chiesa di Santa Maria di Zaccanesca sembrerebbe risultare, almeno in questo periodo, alquanto povera, annoverando tra i benefici parrocchiali soltanto due pezze di terreno dalle modeste dimensioni e rispettivamente: i Vignali e la Ceralta.

Questo edificio sacro vanta origini alquanto remote se si considera che veniva già citato nell’elenco ecclesiastico dell’anno 1392 e precisamente col titolo di ecclesia Sancte Marie de Cazavechia. Questa chiesa mariana rientrava nell’ampia giurisdizione del Plebanato di Sambro e quindi era assoggettata alle dipendenze della chiesa di San Pietro in Sambro, edificio pievano che sorgeva a poca distanza dall’odierno abitato di Montorio.

Al riguardo un’interessante indicazione sull’antica esistenza di questa chiesa, si può anche dedurre dall’Elenco Nonantolano del 1366, nel quale tra i tanti edifici ecclesiastici del plebanato di Sambro, troviamo anche la chiesa di Santa Maria di Zaccanesca anche se nel documento in questione viene menzionata col titolo di ecclesia Sancte Marie de Cacanesca.

Il diritto di Giuspatronato su questa chiesa venne esercitato dai temuti conti da Panico, motivo che mi porta a credere che questa potente stirpe feudale ebbe influenza anche sulle sue terre. In seguito, a partire dall’anno 1245, il diritto passò nelle mani dei Signori di Loiano che oltre a questo si fregiavano dell’onere della riscossione dei tributi.

Come accennavo pocanzi i possessi dominicali e le rendite della chiesa di Santa Maria di Zaccanesca erano certamente di lieve entità. Per tale motivo nel periodo che oscilla dalla metà del XV sino alla fine del secolo successivo troviamo questa chiesa unita a quella di San Biagio di Castello dell’Alpi. Questa fusione amministrativa permise il sostentamento delle due chiese sino al 1580, quando la chiesa di Zaccanesca tornò nuovamente ad essere totalmente indipendente.

Tuttavia l’estrema povertà di questa chiesa mariana si può anche scorgere nei periodi successivi. Fu proprio per tale ragione che il Pontefice Benedetto XIV decise nel marzo del 1753 di concedere il beneficio derivante da una differente chiesa col titolo di Santa Maria e precisamente quella facente parte della parrocchia di San Giacomo di Sambuca. Questa decisione risulta alquanto interessante se si considera che ai nostri giorni l’abitato di Sambuca rientra nella diocesi di Pistoia, appartenendo alla regione di Toscana.

Questo sacro edificio venne ristrutturato più volte. Durante i lavori eseguiti nel 1730 si aggiunse al corpo originario la cappella detta del Crocifisso. Anche recentemente intorno alla metà degli anni sessanta è stata consolidata e per occasione si ricostruì interamente la graziosa facciata.

La torre campanaria di questa parrocchiale conserva un disegno di foggia romanica. Questa risulta essere più recente rispetto al corpo della chiesa in quanto venne innalzata con le generose offerte dei parrocchiani nell’anno 1826. Nella sua sommità custodisce un concerto di quattro pregevoli campane fuse dalla ditta Brighenti nel lontano 1848. Ancora oggi si può scorgere nell’architrave della canonica, una incisione operata a scalpello che reca alcune iniziali e la data del 1689. Peraltro in alcuni caseggiati si possono scorgere, in particolar modo nelle cantonate d’angolo, le caratteristiche ruote raggiate, tipico elemento che richiama l’opera locale dei valenti maestri comacini.

Tornando nuovamente alle antiche fonti amministrative si deve qui rammentare, l’estimo del 1725, che redatto con dovizia di dettagli dal massaro Gio Tosi, contiene anche alcune pezze che vengono indicate facenti parte della vicina comunità di Cedrecchia. E’ quindi presumibile che in parte queste due località si sovrapponevano in merito alle imposizioni censuarie. Risulta interessante rilevare che non si utilizza più il termine di casa bensì quello di casamento, mantenendo ciò nonostante la specifica della tipologia di copertura e delle relative opere minori accessorie.

Sappiamo in tal modo che un certo Cristoforo Franchini possedeva un casamento murario et balchionato in loco detto Le Case di Mezzo. Seguono Gio Persiani e Persiano Persiani che possedevano rispettivamente due distinti casamenti murati e balchionati che tuttavia versavano in parziale ruina in un luogo detto alla Porziola. L’estimo prosegue nell’elenco dei differenti possessi enunciando la presenza di altre numerose domus cum balchio e quindi con la caratteristica balconatura a difesa dell’ingresso principale dell’edificio.

Il seguente estimo della comunità di Zaccanesca del 1750, non reca alcuna identità del massaro bensì riporta un certo Pietro Andrea Lumini con il titolo di scrivano. Questa contiene un interessante descrizione dei beni spettanti agli heredi di Benedetto Barbari, ossia nello specifico, di un grande casamento murato e balchionato dal fondo insino a la di lui sommità il quale in se contiene più stanze con sue aderenze et è affiancato da una capanna con pocho di terra a uso di orto. Il tutto risulta attorniato da pezze di terreno di natura prativa ed anche fruttifera. La descrizione segue con l’elencare la presenza in loco di una casa definita mozza e detta il Secatoio che possiede anch’essa un picciol portico. Tutto il complesso era ubicato in un luogo chiamato la Cà di Julio. Questa descrizione è particolarmente curiosa per l’accurata annotazione del bene, che viene illustrato sin nei minimi dettagli.

L’estimo del comune di Zaccanesca dell’anno 1775 elenca altri possedimenti e tra questi alcune pezze di terreno con differenti denominazioni che vengono indicate con questi aggettivi per definirne la rispettiva qualità: machiose, bidoste, geneprose, ruvinate, querzede, sasose, alberate ed anche pascoline. Le suddette specifiche ci indicano l’esatta destinazione di questi possessi fondiari.

Altre preziose indicazioni circa la storia di Zaccanesca si possono dedurre da una serie di fonti di differente natura. Infatti, da alcuni documenti cartografici, riconducibili alla corposa raccolta catastale Boncompagni, apprendiamo che il territorio della parrocchia di Zaccanesca, sotto l’invocazione di Santa Maria, partiva pressappoco dalla chiesa detta della Beata Vergine dei Fornelli ed arrivava, nel lato rivolto a nord, sino alla comunità confinante di Vergiano. Sulla pianta, oltre l’edificio sacro della parrocchiale, si scorgono le case dette Sopra la Chiesa, quelle del Pugiolo ed infine un Molino sul lato orografico sinistro del torrente Savena. Sempre in tema di corsi d’acqua vengono menzionati il Rio della Ruinella, quello degli Alamari ed infine il Rio della Balza.

Infine, dall’elenco delle frazioni e dei territori, così detti masserie antiche, compilato in occasione delle alterne ripartizioni amministrative compiute durante il governo napoleonico, troviamo alcune indicazioni circa le sorti di Zaccanesca. Nel compartimento territoriale emanato a partire dal 5 marzo 1803 per l’intera area conosciuta come Dipartimento del Reno, Zaccanesca risultava frazione aggregata del comune di Qualto e del superiore distretto giurisdizionale di Castiglione. A partire dalla ripartizione del giugno 1805, restava soggetta al comune di Qualto, ma questo dipendeva dal cantone di Castiglione e a sua volta dal distretto di Vergato. Nel riassetto successivo operato dal 20 aprile 1810, l’appodiato di Zaccanesca veniva accorpato al di sotto del comune di Piano, cantone di Castiglione e distretto di Porretta. La medesima situazione amministrativa veniva riconfermata anche in occasione dell’entrata in vigore della legge del 2 dicembre 1813 quando Zaccanesca restava appodiato, all’interno della giurisdizione comunale di Piano.

Fonte: Maurizio Valentini, http://www.comune.sanbenedettovaldisambro.bo.it/