Cedrecchia

Questo nucleo abitato può dare, nella sua attuale situazione, l’idea di non possedere grandi vicende storiche, una sensazione del tutto infondata se si pensa che alcune carte medievali riprese da documenti cartografici più antichi menzionano questo luogo e precisamente come Cidricula, ossia verosimilmente da un toponimo di derivazione latina.

La cosa non deve affatto stupirci se si considera l’elevata vicinanza del tracciato viario della Flaminia Militare che si snodava su queste alture montane costeggiando proprio questo antico abitato.

L’origine etimologica di questo toponimo è ricca di fascino e mistero. Potrebbe derivare dal termine latino Citrus, ovvero luogo piantumato a cedri, anche se risulta particolarmente difficile poter credere che questa pianta potesse resistere a questa altezza ed alle rigidità invernali. Si potrebbe anche supporre un’origine legata ai Cerealis, ossia luogo coltivato a cereali e quindi direttamente collegato alla locale presenza di un tempio pagano dedicato alla Dea Cerere.
A seguito delle ripetute inflessioni dialettali il toponimo sarebbe divenuto Cedraclis ed infine Cedrecchia.

Peraltro, in un approfondito studio sul contado bolognese nel pieno medioevo, il Casini attesta qualche toponimo di questo luogo, Cidricla, che parrebbe derivare anch’esso dal termine pocanzi esposto.

L’esistenza, in queste impervie zone, di un tempio dedicato alla dea Cerere, risulterebbe verosimilmente alquanto probabile, se si considera la relativa vicinanza dal tempio della Dea Pale sul Monte Palense ed anche quello intitolato a Zeus divenuto poi in seguito Monte di Zeus, ossia Monzuno.

Le terre di Cedrecchia furono ampiamente contese tra le due famiglie feudali dei conti di Panico e dei conti di Bruscolo, ramo minore degli Alberti da Mangone.
Infatti, nonostante che i potenti conti di Panico vantassero privilegi e diritti su Cedrecchia, sovente questo luogo divenne sipario di spavalde scorrerie dei conti di Bruscolo i quali a più riprese derubarono, depredarono ed uccisero molti locali popolani.
Gli abitanti di Cedrecchia tuttavia mal digerivano la soverchia e la prepotenza dimostrata in varie occasioni anche dai conti di Panico e questo pesante malumore portò in alcuni casi a tentativi di sommossa popolare che vedevano gli stessi coltivatori in rivolta nel tentativo di disconoscere i reclamati diritti feudali.
A tal riguardo gli statuti che hanno per oggetto la comunità di Monzuno del maggio 1359 ci tramandano una netta presa di posizione da parte degli stessi conti Maghinardo e Galeotto da Panico, i quali per placare questa delicata situazione, con fare deciso ed autoritario, pensarono di pignorare una notevole quantità di biade ed altri cereali ai contadini della terra di Cedrecchia.

Questa terra e le sue relative pertinenze fecero parte dei vasti possessi feudali della potente stirpe dei conti Alberti da Mangona. Dagli Annali del Savioli si evince che le terre di Cedrecchia passarono in seguito sotto il controllo dei conti di Panico e di Montasico, come peraltro viene riconfermato nella concessione dell’Imperatore Federico II emanata nel 1221.
Questa delicata situazione di dipendenza alla stirpe feudale degli spavaldi Da Panico subì anche la progressiva crescita dell’influenza del potere comunale di Bologna. Infatti soltanto un anno più tardi dalla riconferma imperiale, troviamo fonti documentarie che comprovano questo influsso.
Il governo della città di Bologna, riconoscendo sempre meno gli antichi diritti feudali rivendicati dai belligeranti conti di Panico, considerò le terre di Cedrecchia come una comunità rurale dipendente dal suo contado.

Scorrendo gli estimi del 1249 veniamo a sapere che questa comunità contava complessivi trentatré fumanti, cifra del tutto considerevole per l’epoca se raffrontata con altri insediamenti vicini. Neppure dieci anni più tardi e precisamente nel 1256, la popolazione stabile della terra di Cedrecchia cresceva ulteriormente raggiungendo ben quaranta fumanti.

Intorno alla fine del XIII secolo, o meglio a partire dall’anno 1288, le terre di Cedrecchia vennero inserite nella Podesteria di Scaricalasino, antica giurisdizione amministrativa che vantava un’ampia estensione territoriale.
Poi nell’anno 1376 molte comunità di questa zona vennero assoggettate al Vicariato di Monzuno e tra queste anche quella di Cedrecchia.
Tuttavia l’influenza del Vicariato di Monzuno non era cosa nuova se si considera che già in precedenza nell’anno 1352 il Signore di Bologna Giovanni Visconti aveva operato una pesante riforma amministrativa creando i presupposti che in seguito si verificarono.

In seguito alla trasformazione del Vicariato di Monzuno in Podesteria, avvenuta nell’anno 1575, molte località quali Ripoli, Monteacuto Vallese e Campiano vennero riconfermate, mentre non troviamo più menzionata Cedrecchia.
Dobbiamo pensare che a Cedrecchia vi fossero personaggi che vantavano buone ricchezze e lo si può dedurre dall’estimo del 1292, quando l’intera comunità importava una cifra pari a 429 lire.
L’importanza dell’abitato di Cedrecchia viene anche confermato da documenti successivi del periodo quattrocentesco, quando questa comunità concorreva a fornire, in caso di bisogno, tre suoi uomini alle milizie comunali di Bologna.

La discriminazione della toponomastica locale che vede un nucleo denominato la Villa, sottintendendo essere quest’ultima la Villa di Cedrecchia deve farci supporre della remota esistenza di un locale fortilizio.
Come per altre analoghe località Cedrecchia deve essere stata suddivisa in Castrum Cidricula e Villa Cidricula. La presenza locale di un fortilizio deve trovar giustificazione anche nella relativa vicinanza all’antico tracciato viario della Flaminia Militare ed in seguito nella belligerante dominazione dei Panico.
Resta comunque difficile poter stabilire dove fosse fisicamente ubicato questo maniero.
Leggende e racconti orali, tramandatesi di generazione in generazione, sostengono che la sua posizione possa corrispondere ad una misteriosa collinetta che sorge a poca distanza dall’odierna chiesa parrocchiale.
Seppure vi sia sempre qualcosa di vero nelle antiche tradizioni orali non possiamo in questa sede prendere una precisa posizione in quanto al riguardo vi è certamente una grave carenza documentaria che possa far piena luce su questo spinoso argomento.
E’ comunque quanto mai interessante rilevare che il microtoponimo di questa modesta altura porta ancora oggi il termine di Castellaccio ed anche Castellazzo, richiamando inequivocabilmente alla locale, seppur remota presenza di un edificio avente caratteristiche fortificate.
Le stesse fonti orali tramandano l’esistenza di un lungo cunicolo sotterraneo che permetteva, dall’interno di questo fortilizio, di raggiungere un caseggiato che reca tuttora un bellissimo stemma in pietra raffigurante l’araldica della famiglia Medicea di Firenze.
Questo ultimo elemento, non trascurabile, parrebbe comprovare anche l’influenza locale di questa potente signoria fiorentina, come pure potrebbe più semplicemente indicare un punto di osservazione del territorio a ridosso del confine con il vicino Stato di Toscana.

Se quesiti tuttora irrisolti ci sono circa l’ubicazione del castello di Cedrecchia, non vi sono dubbi circa la presenza antichissima della su chiesa parrocchiale.
Fino a pochi decenni fa la torre campanaria di questo edificio sacro conservava una pregevole campana, purtroppo andata dispersa, che riportava la dicitura di Ugolinus Tuscoli, ossia il suo fonditore, seguita dalla data del 1322.
A rafforzare la sua antichissima esistenza ci vengono anche in aiuto i numerosi elenchi delle decime ecclesiastiche, nei quali viene menzionata con il titolo di ecclesia Sancti Paulum de Cidricula, specificando che questa faceva parte de Plebanatu Sambri e quindi dipendeva dalla Pieve di San Pietro di Sambro, edificio pievano che sorgeva nei pressi di Montorio.

La dipendenza da questa giurisdizione pievana trova tuttora interessanti analogie con la stessa intitolazione della sua parrocchiale che peraltro conserva al suo interno una pregevole pala d’altare che raffigura propriamente la Beata Vergine attorniata dai Santi Pietro e Paolo.
Questa tela è di mano antica essendo attribuibile al periodo seicentesco.

Seppure non vi siano dubbi che la chiesa di San Paolo di Cedrecchia sia una testimonianza religiosa alquanto antica, viene tristemente confermato, da più fonti storiche, che questa parrocchia versava in condizioni di estrema povertà.
Per porre rimedio a questa situazione il Vescovo Giovanni Campeggi decise, con decreto del gennaio 1544, di unirla alle chiese di San Benedetto della Villa, detto anche San Benedetto di Aqualto, anche se ai nostri giorni è conosciuto come di Sambro.
Sempre per decisione vescovile alla chiesa di San Paolo di Cedrecchia venne unita anche la chiesa di San Cristoforo di Poggio de Rossi, anticamente detta San Cristoforo di Sivizzano, antico edificio ecclesiastico che sorgeva nei pressi dell’odierna borgata di San Biagio di Suizzano, in territorio di Monteacuto Vallese.
Questa unione delle tre rispettive collazioni restò praticamente immutata sino alla fine del XVI secolo. Infatti in questo periodo si decise di unirla alla chiesa di San Lorenzo della Villa.
L’estrema povertà di questa chiesa parrocchiale si riscontrerà tristemente anche in documenti posteriori ed è proprio per tale ragione che il pontefice Pio VI decise nell’anno 1780 di elargire una rendita di complessivi dieci scudi romani, che dovevano gravare sui benefici della parrocchiale di Piumazzo. In seguito la chiesa di Cedrecchia tornò nuovamente ad essere parrocchia autonoma ed indipendente.

Accanto alla chiesa si riscontra la graziosa torre campanaria che presenta un disegno di foggia romanica e che venne innalzata a partire dal 1843. Nella cella campanaria è custodito un concerto composto da quattro campane realizzate dalla Fonderia Brighenti nel 1846, data che dovrebbe corrispondere anche all’ultimazione del campanile stesso.

Tornando alle antiche fonti documentarie, merita un cenno di approfondimento la consultazione dell’estimo di alcune località del contado bolognese, redatto nell’anno 1303. Da questa serie di documenti veniamo a sapere che Cedrecchia annoverava la considerevole cifra di ventuno fumanti. Questo elemento deve farci nuovamente riflettere sull’importanza di questa comunità, che seppure ridimensionata rispetto gli estimi precedenti, manteneva una buona popolazione ed in particolar modo se la si paragona ad abitati vicini quali Castel dell’Alpi o Montefredente che vedevano entrambi soltanto undici fumanti.

Possediamo inoltre presso l’Archivio di Stato di Bologna alcuni estimi cinquecenteschi dai quali possiamo dedurre interessanti indicazioni circa i microtoponimi locali.

In quello redatto nell’anno 1540 la comune di Cedrecchia risulta unita con quella di Castel dell’Alpi o meglio da come descritto nella terra di Cedrechie et Castris comitatus bononiense. Da questa testimonianza si può desumere la locale presenza di numerose domus coperte apalea et anco alastri cum loro capanne. Alcune di questi casamenti sono indicati come ruinose et ruinate.

Altre citazioni rimandano alle terre dei comuni di Cedrecclia et Castel de L’Alpe e tra le pezze di terra di varia natura riportano quelle a le Case di Sopra, Sancta Mariam de Cazanesca, Anascamara, al Molino, al Fornece, Consontino, Accarpani, ale Fontanele, la Pianexa, al Prepolino, ala Fontana, al Lago. Apprendiamo così che in questo periodo storico svolgeva l’arte di mugnaio Ser Bona Comunania che viene infatti indicato quale mugnario allo Mulino devalgataria e propriamente sul letto del Flumen Sapona. Quest’ultimo idronimo è l’odierno Savena.

Sempre nel medesimo campione d’estimo sono citate le pezze con i seguenti microtoponimi: a Modo Balzo, ala Serra Alta, la Pozza di Francesco, Costa dal Madio, el Pedercino, al Meladele, ai Ortigari, Acazanesca, alla Fagiola, Pogio de Budero, ala Padulla, Podio Pasculino. Sembra chiaro che quest’ultima piazza di terreno veniva adibita a pascolo per gli armenti. Interessante rilevare che nell’estimo viene menzionata una pezza detta al Castelaze ossia al Castellazzo che confinava con il fiume Savena ed un’altra pezza detta ala Chiusura de Megio. Questa singolare denominazione insieme ad una successiva che si materializza nel locale toponimo della Castellina, sembrano testimoniarci con chiara evidenza la possibile presenza remota, in questo sito di un antico fortilizio o più semplicemente di un edificio che presentava caratteristiche di domus fortificata.

Alcuni spunti di curioso interesse, riguardanti le vicende storiche dell’abitato di Cedrecchia, si possono desumere da un precedente estimo, ovvero quello redatto nell’anno 1518 che reca nel frontespizio l’intitolazione di campione degli estimi del comune di Cedrichie et Castri Alpium seguito dal rispettivo elenco dei Fumantibus.

Dalla lettura di questa fonte documentaria traspare che nella terra di Cedrecchia abitavano anche alcuni forestieri, probabilmente alcuni mercanti, come ad esempio un tale Ser Gasparis, ovvero Messere Gaspare da Parma. Non è da escludere un eventuale legame di costui con il nobile casato dei Rossi di Poggiorosso, che era una stirpe feudale originaria proprio della zona parmense.
Nell’elenco dei locali possidenti figurano anche molte identità che vengono classificate come nativi della curia de Sancto Benedicto ed anche de Sancta Marie de Chazanescha.

Dalla lettura delle mappe del Catasto Boncompagni, custodite presso l’Archivio di Stato di Bologna, nella pianta redatta nell’anno 1809, notiamo che la comunità di Cedrecchia era già sotto l’intitolazione di San Paolo.
Le sue terre confinavano con Poggio de Rossi, Qualto, Zaccanesca, Vergiano, Trasasso ed infine San Giorgio in Valle di Sambro. I nuclei abitati menzionati nel documento in questione risultavano essere, Cà di Cò, La Villa, La Manderiola ossia le odierne Mandriole, Cà di Giusto. Per quanto concerne i locali ruscelli, sono citati, i Fossi della Levigranda e della Costa, il Rio detto della Villa, il Campo dell’Oppio, Le Rovine, il Fosso della Balza, quello di Santa maria, La Mazolla, La Costarella, San Lorenzo, il Rio della Fontana. Successivamente documenti cartografici posteriori riportano il fosso della Mazolla con il curioso toponimo di Bizolla ed anche Bizzola. Nel versante rivolto al borgo di Vergiano il confine di Cedrecchia corrispondeva al torrente Savena.

Interessante osservare che poco al di sotto dell’antica chiesa di Sant’Andrea in Val di Savena, esistevano due differenti mulini, muniti dei rispettivi canali per l’adduzione della necessaria forza idrica dal fiume Savena.

Durante il periodo di dominazione napoleonica, in seguito ai numerosi riassetti amministrativi e territoriali la terra di Cedrecchia seguì le seguenti sorti. Dal marzo 1803 risulta aggregata al comune di Monzuno, all’interno del distretto di Loiano.
A partire dal giugno 1805 rientrava ancora nel comune di Monzuno, Cantone di Loiano ed infine alle dipendenze del distretto di Bologna.
Il riassetto emanato nell’aprile del 1810 assoggettava l’antica terra di Cedrecchia al comune di Piano, dipendente a sua volta dal cantone di Castiglione e dal distretto di Porretta.
Anche nella successiva ripartizione del dicembre 1813 veniva mantenuta la precedente situazione.
La situazione appena descritta si presenta quindi alquanto interessante se si considera che di tutti i centri abitati dell’odierno territorio comunale, Cedrecchia fu l’unico territorio ad essere collocato all’interno di una giurisdizione comunale vicina, ossia fu l’unica frazione dipendente dalla sede governativa di Monzuno.
La giustificazione di questa scelta, trova in parte risposta anche ai giorni nostri, se si considera che l’abitato di Cedrecchia risulta essere in posizione leggermente decentrata e orientata proprio in direzione del confinante territorio comunale monzunese.

Fonte: Maurizio Valentini, http://www.comune.sanbenedettovaldisambro.bo.it/

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